Neet

Feb 23, 2021 | Blog

Il termine NEET, acronimo inglese di “Not in Education Employment or Training”, è utilizzato per indicare quei giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non sono impegnati in alcun percorso lavorativo, di studio o formativo. 

Dal rapporto annuale Istat 2019, si rileva come il fenomeno dei Neet sia meritevole di attenzione e riflessione: sono oltre due milioni, pari al 22,2% della popolazione giovanile italiana, i ragazzi in Italia che si trovano in uno situazione di momentaneo arresto del percorso evolutivo, esclusi da ogni contesto educativo e occupazionale, configurandosi in questo modo come la “generazione perduta”. La quota di NEET è la più elevata tra i paesi dell’Unione Europea, di gran lunga distante dai valori degli altri grandi Paesi europei. 

Certamente, nel forte incremento della disoccupazione giovanile degli ultimi anni è centrale il ruolo della crisi economica e sociale iniziata nel 2008, che la pandemia che stiamo attraversando non può che aver incrementato. Pertanto, al fine di comprendere l’ascesa di questa dilagante disoccupazione giovanile è necessario fare riferimento ad un parametro oggettivo e strutturale: una concreta difficoltà di accedere al mondo del lavoro. 

È altrettanto vero, però, che questo arresto evolutivo genera nei giovani di oggi un diffuso pessimismo rispetto ad un proprio progetto di vita: essi vivono un profondo sentimento di incertezza e guardano al futuro con grande sfiducia e scoraggiamento. In altre parole, si può affermare che la crisi economica abbia dato origine ad una crisi evolutiva di un’intera generazione, determinando un’aridità motivazionale e una profonda rassegnazione con cui i giovani di oggi si approcciano al loro futuro.

La condizione di Neet riguarda in misura preponderante i giovani adulti, piuttosto che gli adolescenti, forse perché questi ultimi sono ancora “protetti” dall’istituzione scolastica. Vero, però, che siamo il secondo paese dopo la Grecia ad avere il più alto tasso di abbandono scolastico tra gli adolescenti (ma del fenomeno del drop-out avremo modo di parlare più avanti!). 

In ogni caso, le cifre sono preoccupanti: tra i 15 e i 19 anni i Neet rappresentano l’11.9% della popolazione generale di riferimento, tra i 20 e i 24 anni tale percentuale aumenta al 27.9%, sino ad arrivare al 31.5% tra i 25 e i 29 anni (Istat, 2017). 

Se l’adolescente gode di quella che Erikson definiva “moratoria sociale”, ovvero una particolare tolleranza nei confronti dell’adolescente da parte della società che, riconoscendo l’instabilità caratteristica di questa fase evolutiva, gli concede di sostare temporaneamente nell’incertezza, garantendogli così la possibilità di sperimentarsi in diversi ruoli, con l’ingresso nella prima età adulta, i giovani si trovano a dover concretizzare il proprio progetto evolutivo, a lungo meditato e sognato, nella realtà esterna. Il giovane adulto inizia così a sentir gravare su di sé le pressioni da parte della società affinché prenda decisioni, si dia una mossa e trovi una collocazione a livello formativo e occupazionale. 

È molto (molto, molto!) frequente, però, trovarsi impreparati a fronte di tali richieste e può accadere che non ci si senta pronti ad assumere un ruolo sociale ben definito e a far fronte ai compiti e alle richieste mossegli dal mondo adulto. Dubbi, incertezze, paura di fallire, di non essere all’altezza delle aspettative, sentirsi distanti da quel progetto su cui si aveva investito così tanto. Queste sono solo alcune delle ragioni che possono generare delusione, demotivazione e spingere all’immobilità. 

In questa fase di vita è molto elevato il rischio di andare incontro a fallimenti, o di rinunciare addirittura a sperimentarne, precludendosi così la possibilità di acquisire un ruolo sociale e una propria individualità e rischiando di rimanere imbrigliati in dinamiche di dipendenza dalla famiglia di origine, segno di un evidente blocco rispetto ai propri compiti evolutivi propri di questa fase. 

Il fenomeno dei NEET rappresenta allora in questo senso l’emblema dell’assenza di futuro nella mente dei giovani di oggi e della loro difficoltà nella transizione all’età adulta. 

Perché un aiuto psicologico può essere importante

Quando la situazione di blocco evolutivo sembra non potersi più configurare come un momentaneo momento di incertezza (assolutamente fisiologico e auspicabile!) ma inizia a stabilizzarsi nel tempo e ad avere un forte impatto sul benessere della persona e, in modo più indiretto, sul suo contesto di vita, ma anche sulle dinamiche cognitive, emotive e relazionali, potersi rivolgere ad uno specialista che aiuti a rimuovere gli ostacoli alla crescita e a riorentare il progetto evolutivo del ragazzo in funzione del futuro può essere davvero importante. 

E personalmente sono sempre ferrea sull’idea che prima lo si faccia, più semplice e rapido possa essere il superamento del momento di crisi.

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3 Commenti

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